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Published on: Cs

6 Luglio 1945

Schio. Il contesto e’ infuocato da precedenti persecuzioni fasciste delle Brigate Nere in cui ad esempio Giacomo Bogotto viene torturato, gli cavarono gli occhi e forse lo seppellirono ancora vivo. E la successiva strage di Pedescala: 82 civili innocenti uccisi dai tedeschi in ritirata. Alla fine della guerra le formazioni partigiane ebbero l’ordine di consegnare le armi e di smobilitare: la maggior parte dei partigiani eseguirono l’ordine ma alcuni di essi no, come parte della Divisione Garibaldi “Ateo Garemi” di orientamento comunista. Un reparto di partigiani della brigata garibaldina, comandato da Piva Igino e Bortoloso Valentino (nomi di battaglia “Romero” e “Teppa”), irrompe nella notte del 6 luglio nel carcere della città: non disponendo di elenchi di fascisti, li cercano ma, non avendoli trovati, le vittime sono scelte tra i 99 detenuti del carcere. Tra questi, solo 8 erano stati indicati al momento dell’arresto come detenuti comuni, mentre 91 erano stati incarcerati come “politici” di possibile parte fascista, ma erano in realta’ ancora in corso gli accertamenti delle posizioni individuali e per alcuni era già stata accertata l’estraneità. Gli 8 detenuti comuni sono subito esclusi dalla lista, insieme a 2 detenute politiche non riconosciute come tali. Segue una approssimativa cernita, che suscita contrasti tra gli stessi fucilatori. “Teppa” si oppone dicendo “Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti”, non dira’ mai da chi provenivano gli ordini (e non fusara’ mai accertato). Dopo un’ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanano, sono uccise a colpi di mitraglia 54 persone, tra cui 14 donne. L’azione degli ex-partigiani riscuote un certo sostegno nel paese in quanto molti temono l’impunita’ di molti ex fascisti. Il governo militare alleato affida le indagini agli investigatori John Valentino e Therton Snyder: in due mesi di indagini questi identificano 15 dei presunti autori della strage, di cui 8 riparano in Jugoslavia prima dell’arresto e 7 sono arrestati. Il processo istituito dalle autorità militari alleate si svolge nell’autunno del 1945. La Corte, presieduta dal colonnello americano Beherens, assolve 2 degli imputati presenti e condanna gli altri 5, 3 di essi sono condannati a morte, 2 sono condannati all’ergastolo, altri 3 sono condannati in contumacia a 24 e a 12 anni di reclusione (le condanne a morte verranno commutate nel carcere a vita dal capo del governo militare alleato, Ellery Stone). La pena effettivamente scontata dai cinque condannati presenti al processo fu tra i 10 e i 12 anni. L’Unità aveva definito i responsabili dell’eccidio “provocatori trotskisti”: in realtà, i partigiani che avevano condotto l’eccidio al carcere di Schio erano legati al Partito Comunista. Nel 1946 Togliatti fara’ approvare una amnistia a favore dei crimini di guerra, di cui beneficeranno migliaia di fascisti e collaborazionisti ma anche partigiani autori di eccidi. Negli ultimi anni l’anniversario dell’eccidio è stato celebrato da gruppi di destra con un corteo nel paese, fatto che suscita sempre notevoli polemiche. L’ANPI ha condannato in diverse occasioni sia l’eccidio sia le strumentalizzazioni della vicenda. Nel 2006 è stata firmata una “Dichiarazione congiunta sui valori della concordia civica” in cui si ribadiscono i valori della Resistenza e della democrazia e il rifiuto le strumentalizzazioni di stampo neofascista dell’episodio.