Garibaldi sta ripercorrendo con centinaia di volontari il percorso vittorioso con cui ha fatto l’Italia solo due anni prima. Si dirige pero’ stavolta, per suo stesso voto, verso Roma. Si trova, nell’Aspromonte in Calabria, di fronte a 3500 soldati mandati a fermarlo. I bersaglieri, al comando di Pallavicini, avanzano sparando e Garibaldi viene colpito di striscio alla coscia e poi anche alla caviglia, mentre si sbraccia per fermare chi fra i suoi, contravvenendo agli ordini, risponde al fuoco. Il combattimento dura solo pochi minuti ma provoca 12 morti e 30 feriti. L’avvenimento, politicamente, e’ un’enormita’: l’esercito ha sparato contro l’eroe che tutto il mondo ci invidia. L’evento viene ricordato anche nella marcia d’ordinanza dei bersaglieri: “Garibaldi fu ferito, fu ferito in una gamba”. Saranno anche fucilati sei soldati passati nelle fila garibaldine. I volontari presi prigionieri, circa 2000, finiranno rinchiusi nelle fortezze alpine, spesso dividendo le celle coi borbonici deportati l’anno prima. Ci vorra’ un’amnistia per rimarginare la ferita. Garibaldi finira’ a Caprera. Durante un viaggio a Londra trovera’ mezzo milione di persone ad attenderlo per osannarlo.



