Gerusalemme. Tito fa spegnere le fiamme e chiama un consiglio di guerra del suo stato maggiore. Ne fanno parte Tiberio Giulio Alessandro, braccio destro del principe Sex, Vettuleno Ceriale, comandante della V Macedonica, Larcio Lepido Supulciano, alla testa della X Fretensus, Tittio Frugi, che guida la XV Apollinaris, Eternio Frontone, che guida le vexillationes egiziane, e M. Antonio Giuliano, procuratore della Giudea, e A. Cesennio Gallo, alla testa della XII Fulminata. In questo importantissimo consiglio si decide il destino del Tempio. Alla fine Tito sentenzia che mai avrebbe dato alle fiamme un cosi’ sontuoso e maestoso edificio, perche’ sarebbe potuto servire in seguito ad ornamento dell’Impero. Intende cosi’ rinunciare al piu’ facile dei mezzi d’assedio: il fuoco. I giudei tentano un ultimo attacco, ma sono respinti. Nel respingere un secondo tentativo giudeo, un soldato scaglia un tizzone ardente nel tempio, nel lato settentrionale. Tito in persona si precipita sul luogo e ordina ai soldati di spegnere l’incendio. Ma i soldati, sentendo in pugno l’agognata vittoria, sono in preda ad un fuore incontenibile: molti anziche’ estinguere le fiamme, le alimentano. Tito e’ costretto ad uscire dal Tempio, che e’ perduto. I romani dilagano, abbandonandosi ad un immane massacro. Tito, che di solito cerca la trattativa e elargisce grazia e salva la vita ai conquistati, non risparmia i sommi sacerdoti, che sono messi a morte. I romani distruggono ogni cosa. Raccolte le insegne nello spiazzo antistante il Tempio, le legioni salutano il loro comandante col titolo di Imperator.



