Irkutsk, Siberia. Aleksandr Vasil’evič Kolčak (in russo: Александр Васильевич Колчак) viene giustiziato dall’Armata Rossa. E’ stato un esploratore, ammiraglio e politico russo comandante in capo di parte delle forze anti-bolsceviche dell’Armata Bianca durante la Guerra civile russa. Kolčak aveva perso l’appoggio di potenziali alleati quali la legione Ceca e la Quinta divisione fucilieri polacca che si ritirarono dal conflitto nel ottobre 1918 ma rimasero in loco. Le 7000 truppe americane stanziate in Siberia si dichiararono strettamente neutrali riguardo “gli affari interni russi” e rimangono solo per sovraintendere alla costruzione della Ferrovia Transiberiana. Il comandante americano William S. Graves, d’accordo col presidente Woodrow Wilson, ha inoltre una personale antipatia per il governo di Kolčak, che considera Realista e autocratico. Quando nel 1919 le forze dell’Armata Rossa riescono a riorganizzarsi e passano al contrattacco, l’esercito di Kolčak inizia a perdere terreno. I bolscevichi scatenano la controffensiva nell’aprile, focalizzando l’attacco nel centro della linea dei Bianchi, conquistando Ufa. A seguito dell’arrivo di un ordine da Mosca, viene sommariamente condannato a morte a Irkutsk insieme al Primo Ministro Viktor Pepeljaev. Sono fucilati all’alba del 7 febbraio e i loro corpi abbandonati sul fiume Ušakovka. La maggior parte dei giudizi storici è ancora influenzata da un orientamento risalente alla guerra civile, e quindi giudizi negativi da chi è più vicino alla parte bolscevica e meno da quelli anti-comunisti. Nei fatti l’ammiraglio Kolčak mostrò indubbie qualità militari soprattutto nel campo della marina militare, mentre meno esperienza aveva nell’ambito della tattica militare di terra.



