Comacchio. Ore 13:00. I fuggiaschi garibaldini arrivano dall’argine sinistro del Reno, in un luogo chiamato “Chiavica Bedoni”. Da lì Anita viene trasportata alla vicina fattoria Guiccioli, dove i “partigiani” avevano fatto accorrere il medico locale Dott. Nannini. E’, tuttavia, troppo tardi e Anita, la sera stessa, muore. Nel colmo della sventura, Garibaldi ed il fedele Culiolo non sono, comunque, soli. La stessa sera vennero raggiunti da due uomini di fiducia dell’ing. Giovanni Montanari di Ravenna, che li pregano di affidarsi a loro. Tutti erano reduci della campagna del Durando e del Ferrari in Veneto ed avevano combattuto a Vicenza; Montanari aveva partecipato anche alla insurrezione del 1831. Il generale abbandona la salma della moglie, senza neppure poterla seppellire. E seguì i suoi salvatori, prima nel borgo di Sant’Alberto, poi nei campi, nei pressi degli argini del Reno. Il 6 giunge al capanno, ancora conservato, che da allora porta il suo nome. Poi con gli abiti di un contadino prende a girovagare di cascinale in cascinale e con l’aiuto di patrioti ed ammiratori, di amministratori delle fattorie, mezzadri e fittavoli si sposta a Ravenna, Cervia, Forlì, e poi in Toscana e in Liguria. Lo fermeranno, quindi, a Chiavari, per portarlo a Genova ed espellerlo dagli Stati sardi. Garibaldi andra’ a Tunisi, poi alla Maddalena, e poi a Tangeri. Lì ricevera’ l’aiuto del console sardo, che lo assistera’ sino al giugno 1850, quando il generale si imbarchera’ per l’America.



