Un enorme vettore Saturn V decolla dal Kennedy Space Center trasportando 3 uomini verso una destinazione straordinaria, che viene raggiunta dopo quattro mesi di viaggio, il 3 marzo 1974. La destinazione è il pianeta Venere, per il primo volo spaziale interplanetario con equipaggio: una missione estrema, che consente solo poche ore frenetiche di passaggio radente per poi sfrecciare di nuovo verso casa, ma che è un trionfo politico d’immagine e un’altra dimostrazione della capacità di coordinamento della NASA, reduce dal successo storico degli sbarchi sulla Luna fra il 1969 e il 1972. La ricognizione ravvicinata di Venere effettuata dagli astronauti statunitensi rivela una messe di dati sconosciuti su un mondo rovente e inospitale e riporta sulla Terra fotografie indimenticabili quando si conclude, un anno dopo la partenza, con un ammaraggio nell’Oceano Pacifico. Se state pensando che non vi ricordate di questa missione e di quelle foto indimenticabili, non vi preoccupate: non è mai avvenuta. Ma era stata studiata e pianificata molto dettagliatamente dalla NASA, come descritto per esempio nelle quasi duecento pagine del rapporto Manned Venus Flyby del 1967 e in molti altri documenti tecnici dell’ente spaziale statunitense. Può sembrare incredibile, ma quando gli astronauti non erano neanche andati intorno alla Luna, men che meno atterrati (Apollo 8, il primo volo circumlunare, sarebbe avvenuto a dicembre del 1968), la NASA pensava già al futuro post-lunare. Nelle sue intenzioni, le infrastrutture, i vettori Saturn V e i veicoli spaziali Apollo progettati per la Luna sarebbero stati riutilizzati in forma leggermente modificata, a costi relativamente modesti, per aprire le porte all’esplorazione interplanetaria con equipaggi.



