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23 Ottobre 1983

San Paulo, Brasile. Quaranta poliziotti circondano la abitazione di Tommaso Buscetta e lo arrestano mentre e’ in compagnia di Leonardo Badalamenti, figlio del boss Gaetano. A nulla vale un tentativo di corruzione operato dallo stesso Buscetta, che viene rinchiuso in prigione per alcuni omicidi collegati con lo spaccio di droga. Nel 1984 i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci si recano da lui invitandolo a collaborare con la giustizia, ma inizialmente rifiuta. Lo stato italiano ne chiede allora l’estradizione alle autorità brasiliane. Quando questa viene concessa, per evitarla, tenta il suicidio ingerendo della stricnina. Salvato, arriva in Italia dove decide di collaborare, cominciando a rivelare organigrammi e piani della mafia al giudice Falcone. Viene per questo considerato uno dei primi collaboratori della storia, dopo Leonardo Vitale. Egli non condivideva più quella che era la nuova Cosa nostra, poiché sosteneva che essa stessa aveva perso la sua identità. Grazie alla sua collaborazione, i magistrati hanno capito e conosciuto il sistema di Cosa Nostra, alla base del quale vi erano i soldati scelti dalla famiglia, sopra di essi i capi decina, scelti dal capo della famiglia, sopra ancora vi erano i consiglieri e il sottocapo, e infine il capo famiglia. Nel 1984 viene estradato negli Stati Uniti ricevendo dal governo una nuova identità, la cittadinanza e la libertà vigilata in cambio di nuove rivelazioni contro Cosa nostra americana, testimoniando nel 1986 al Maxiprocesso di Palermo (scaturito dalle dichiarazioni rese a Falcone) e nel processo “Pizza connection”, che si svolge a New York e vede imputati Gaetano Badalamenti e altri mafiosi siculo-americani accusati di traffico di stupefacenti.