Mauthausen, Austria. Si completa il sistema dei sottocampi austriaci e della produzione in fabbriche sotterranee, che va dagli impianti di benzina sintetica agli aerei superveloci agli armamenti più convenzionali. A questi campi viene spesso assegnato un nome in codice: “Cemento” (Ebensee), “Cristallo di rocca” (St. Georgen presso Gusen), “Quarzo” (Melk), ecc. Migliaia di deportati furono anche impiegati in fabbriche esterne, spesso di proprietà SS (i Göringwerke). I turni di lavoro erano massacranti (12 ore), anche se gli addetti ad alcune lavorazioni potevano usufruire di un vitto leggermente migliore. Ma in molti campi il lavoro significava la morte o l’inabilità nel giro di 3 mesi; malati e inabili venivano avviati ai Revier, al “Campo russo” di Mauthausen o direttamente eliminati nelle camere a gas o con altri sistemi. Dal 1943 arrivano a Mauthausen gli italiani (per la maggior parte resistenti e antifascisti). Essi vengono accolti come traditori dai nazisti, e come nemici fascisti dagli altri deportati (che ignoravano i mutamenti politici avvenuti in Italia dopo il 25 luglio). Di qui una condizione particolarmente difficile che poté essere modificata solo dopo molti mesi. Il primo trasporto italiano (ottobre 1943, 300 o 1000 persone) proveniva dal campo di internamento di Cairo Montenotte, dove si trovavano cittadini di Gorizia, Trieste, Capodistria, deportati dai fascisti. Fino al febbraio 1945 si ebbe una ventina di trasporti, per un totale di deportati che, allo stato attuale delle ricerche, è stimato in circa 8.000 persone. Alla fine del 1943 i deportati di Mauthausen (e sottocampi) assommano a 25.000 unità (8.000 a Gusen).



